Attualità e cronaca e ambiente militare e Esercito
sabato 17 ottobre 2015
L’impegno italiano per la riforma del peacekeeping
Dopo i dolorosi insuccessi della Somalia, del Ruanda e della Bosnia all’inizio degli anni novanta, e mettendo
fine a un periodo di relativo contenimento degli interventi multilaterali, le Nazioni Unite hanno avviato un processo di riforma e rilancio dell’intero settore sulla base delle raccomandazioni contenute nel rapporto Brahimi. La riforma del peacekeeping ONU si è incentrata sul rafforzamento delle strutture centrali sul miglioramento dei mandati disposti dal Consiglio di Sicurezza, sul maggiore coinvolgimento dei paesi contributori di truppe e l’accelerazione del dispiegamento operativo dei contingenti in caso d’intervento.
In questo senso l’Italia sta offrendo un contributo significativo alle Nazioni Unite tramite alcune importanti iniziative volte ad aumentare l’efficienza operativa delle missioni di pace e la preparazione del personale da impiegare in tali missioni, quali:
- La Base Logistica ONU di Brindisi;
- Lo UN System Staff College di Torino;
- La formazione di peacekeepers africani.
L’Italia sostiene inoltre il significativo rilancio delle missioni di
pace ONU che ha portato ai recenti interventi in Liberia, Costa d’Avorio, Burundi e Haiti con rilevanti implicazioni finanziarie per i membri delle Nazioni Unite (il bilancio delle attività di peacekeeping è passato in pochi anni da 650 milioni a oltre 3,5 miliardi di dollari stimati per il periodo luglio 2004 –giugno 2005).
La Base Logistica delle Nazioni Unite a Brindisi (UNLB)
La Base Logistica delle Nazioni Unite a Brindisi, in Italia, è stata attivata a partire dal 1994 con un accordo tra il
Segretariato generale delle Nazioni Unite e il Governo italiano.
L’accordo è stato emendato il 7 dicembre del 2001 in modo da permettere un’ulteriore espansione della Base, in connessione con gli attuali sforzi di rafforzamento della capacità delle Nazioni Unite di rapido dispiegamento e supporto delle
missioni, sforzi ampiamente auspicati anche dal Rapporto Brahimi. Il posizionamento e la gestione di una Riserva strategica di materiali (SDS-Strategic deployment stocks) presso Brindisi ha aumentato considerevolmente l’importanza della base logistica con un relativo incremento del personale impiegato di circa il 30 per cento, fino alle attuali 130 unità, e del bilancio annuale della struttura che è salito a circa 29 milioni di dollari(2004-2005). Dal 2002 inoltre sono stati costruiti tre nuovi depositi speciali per lo stoccaggio di materiale ed equipaggiamento elettronico molto fragile con un’iniziativa finanziata interamente dal Governo italiano per l’ammontare di 7.5 milioni di Euro.
Posizione
La base è posizionata in un punto strategico all’incrocio tra l’Europa, l’Africa ed il Medio Oriente. Permette inoltre
interventi rapidi e diretti nella zona dei Balcani, e si colloca come un ponte stabile e sicuro, sulle principali vie di
comunicazioni aeree e marittime di accesso ai continenti africano e asiatico.
Funzioni
- Brindisi svolge un ruolo strategico per la proiezione rapida delle nuove missioni ONU, in particolare in Africa.
- Brindisi svolge importanti funzioni quale snodo per le comunicazioni satellitari e supporto nella tecnologia dell’informazione per le operazioni ONU, anche grazie alle favorevoli condizioni climatiche presenti nella zona.
- Brindisi costituisce inoltre un centro di formazione per tecnici, esperti nell’impiego degli strumenti e dei materiali presenti nella base (circa 1500 ogni anno, provenienti da diverse missioni ONU nel mondo).
- Infine sono in atto delle sinergie e degli accordi operativi tra la base ed altre agenzie ONU, quali ad esempio il World Food Programme, nell’organizzazione logistica dei progetti di sviluppo. Un contributo italiano importante
La disponibilità dell’Italia nel fornire una struttura così essenziale all’azione delle Nazioni Unite a titolo completamente
gratuito è molto apprezzata a livello internazionale. Il Governo italiano offre un continuo supporto politico e finanziario alla Base e al personale ONU ivi impiegato. Gli uffici, gli edifici ed i magazzini formano nel complesso una struttura molto flessibile e duttile che si sta rivelando indispensabile nelle sue funzioni al servizio delle missioni di pace delle Nazioni Unite.In base agli accordi, all’Italia competono anche tutta una serie di costi di manutenzione e di gestione di vari servizi connessi con la Base. Inoltre, l’UNLB beneficia dei servizi di difesa e sicurezza che l’Aeronautica Militare Italiana assicura per l’intero comprensorio.
Grazie a tale disponibilità da parte italiana, l’ONU ha fortemente accresciuto le sue capacita` operative e di rapido spiegamento delle missioni di peacekeeping. La UNLB, infatti, e` diventata il centro di immagazzinamento e gestione degli Strategic Deployment Stocks (SDS), il principale “Hub” di comunicazioni satellitari e un importante centro di addestramento tecnico. Al momento la UNLB occupa circa 130 unita’ con un bilancio annuo di circa 29 milioni di dollari.
Sono in corso negoziati per un’ulteriore espansione della base attraverso l’utilizzo di aree ed infrastrutture situate nell’area della vicina Base Militare di San Vito dei Normanni.
U.N. System Staff College di Torino (UNSSC)
L’attenzione dell’Italia rispetto all’importante processo di riforma del peacekeeping ONU si è concentrata anche sull’attività di formazione rivolte a questo tipo di operazioni. Le Nazioni Unite hanno più volte riaffermato l’importanza di un approccio coordinato alla ricerca e alla formazione, basato su una strategia coerente ed efficace e su di un’efficiente divisione dei compiti tra le rilevanti istituzioni ed organismi.
In questo senso la presenza a Torino dello U. N. System Staff College offre rilevanti potenzialità per qualificare il contributo
italiano, ad esempio promuovendo sinergie, scambi e contatti con la Scuola di Applicazione dell’Esercito e con i Centri di alta formazione militare operanti nel nostro paese.
L’Italia promuove una valorizzazione crescente dello Staff College di Torino presso il quale, nel maggio 2004, ha organizzato corsi di formazione sul peacekeeping, i diritti umani e la prevenzione dei conflitti, a favore di ufficiali delle forze armate africane. Ai corsi hanno finora partecipato ufficiali africani provenienti da 21 paesi.
La formazione di peacekeepers africani
L’Italia partecipa attivamente agli sforzi della comunita’ internazionale che mirano a potenziare le capacita’ autonome di peacekeeping africano, in considerazione della complessita’ crescente delle missioni di pace in Africa e delle maggiori responsabilita’ in capo agli attori locali (comprese l’Unione Africana e le organizzazioni sub-regionali quali ECOWAS, IGAD e SADC).
In questo senso l’Italia collabora a diverse iniziative sul piano bilaterale, europeo e a livello di G8 (Action plan for Africa).
Nel quadro europeo si segnala la recente creazione della Peace Facility for Africa con una dotazione pari a 250 milioni di Euro, il 14% dei quali a carico del nostro paese.
Inoltre nel giugno 2004, al Vertice G8 di Sea Island (Stati Uniti), il nostro Paese ha lanciato un’iniziativa congiunta con gli Usa per creare nel 2005, in Italia, un “Centro di eccellenza” delle forze armate con funzione di polizia, sul modello dei Carabinieri che hanno dimostrato una capacita’ unica in numerose missioni di pace. Oltre ai corsi presso lo UN Staff College di Torino, l’Italia sostiene infine la formazione di personale non militare africano da destinare in missioni di pace con componenti di ricostruzione civile, attraverso un progetto sviluppato congiuntamente con UNDESA, Universita’ Sant’Anna di Pisa ed il Ghana
Il Contributo obbligatorio italiano al bilancio 2004 delle missioni di peacekeeping/ peacebuilding e’ ammontato a circa 140 milioni di dollari
USA (pari al 4,885 % dell’intero bilancio delle missioni di peacekeeping). Il contributo e’ a carico della Direzione generale degli Affari
politici.
L’Italia partecipa finanziariamente alle missioni di peacekeeping/peacebuilding delle N.U. e piu’ in generale ad attivita’ connesse con il crisis management gestite da Organizzazioni Internazionali anche mediante una serie di contributi volontari che sono autorizzati da diverse leggi di spesa e conseguentemente ripartiti fra diversi centri di responsabilita’ al MAE.
Infine puo’ essere ricordato che, nel corso di una Conferenza svoltasi a Freetown sul contributo italiano alla salvaguardia dei minori in Africa occidentale, la DGCS ha annunciato la decisione di attivare un Trust Fund della Banca Mondiale e dell’African Development Bank (9,6 milioni di dollari) per lo sviluppo di programmi di recupero di bambini nei conflitti armati in Africa occidentale.
......e oggi
Il nostro Paese offre notevoli contributi all’azione dell’ONU
sia sul piano operativo e logistico (favorendo il rapido dispiegamento
delle missioni), sia formativo attraverso la creazione di un Centro di
Eccellenza – con sede a Vicenza presso la Scuola Sottufficiali dei
Carabinieri - per la formazione di forze militari di pace con funzioni di
polizia civile. Un apporto, quello italiano, che mira soprattutto a
sviluppare una dottrina e standards operativi comuni per questo tipo
di Forze (secondo l’approccio della “formazione dei formatori”) e che
potrà beneficiare delle positive sinergie realizzabili con lo Staff College
dell’ONU di Torino e con la Base di Brindisi. Il Centro potrebbe
inoltre agire da catalizzatore di analoghe iniziative attualmente in
fase di avvio in seno all’Unione Europea (Gendarmeria Europea).
Un forte impulso, inoltre, è stato dato dal nostro Paese, nel corso del
semestre di Presidenza dell’UE, alla già proficua collaborazione
esistente tra le Nazioni Unite e l’Unione Europea nel settore della
gestione delle crisi. L’Unione Europea assicura tradizionalmente, un
rilevante contributo, sia in termini di uomini (circa 40.000 unità), sia
di mezzi finanziari (i 25 Paesi dell’UE contribuiscono al bilancio del
peacekeeping ONU nella misura di quasi il 40%) alle missioni di pace
condotte o autorizzate dalle Nazioni Unite. E la firma il 24 settembre
2003 a New York di una Dichiarazione Congiunta tra l’Unione Europea e l’ONU sulla gestione delle crisi - sottoscritta dal Presidente
Berlusconi e dal Segretario Generale Annan – ha rappresentato,
dunque, in tale direzione, un importante passo avanti.
Tutto questo, oltre a rivelarsi uno strumento indispensabile al
mantenimento della credibilità internazionale del nostro Paese,
fornisce anche la possibilità all’Italia di poter partecipare alle
decisioni strategiche riguardanti le principali aree di crisi.
La partecipazione italiana alle missioni di pace
Il tradizionale impegno dell’Italia nelle missioni di pace ed umanitarie
internazionali si traduce oggi in un alto profilo dell’azione italiana sui
principali teatri di crisi. Esso rappresenta una delle piu’ significative
manifestazioni del complessivo impegno italiano verso le Nazioni
Unite. Oltre ad essere il sesto contributore al bilancio del peacekeeping
ONU (con un esborso stimato intorno ai 140 milioni di
dollari per il 2004 e una quota di circa il 5% sulla spesa totale),l’Italia partecipa agli interventi di pace internazionali in vari
modi:
- oltre 9.000 i militari italiani impiegati nelle Forze di
pace multilaterali, quali la SFOR in Bosnia-Erzegovina,
la KFOR in Kossovo e l’ISAF in Afghanistan, ma anche
condotte direttamente dall’Unione Europea (EUPM in
Bosnia, Concordia/Proxima in Macedonia). Tutte queste
missioni sono autorizzate e poste sotto l’egida del
Consiglio di sicurezza ONU. Il costo di tali operazioni
supera 1,2 miliardi di Euro l’anno, aggiuntivi rispetto ai
contributi al peacekeeping ONU;
- circa 400 caschi blu italiani sono impegnati nelle
operazioni direttamente condotte dalle Nazioni Unite, nei
Balcani (UNMIK), in Medio Oriente e Nordafrica (UNIFIL,
UNTSO, MINURSO), in Africa (UNMEE/Etiopia-Eritrea) e
in Asia Centrale (osservatori militari lungo la frontiera
India/Pakistan).
Inoltre, il 7 aprile 2005, il Consiglio dei Ministri ha
autorizzato la più recente e ventiseiesima missione
dell’Italia all’estero: l’invio di circa 220 militari italiani in
Sudan inquadrati nel contingente di 10.000 caschi blu
impegnati in quel Paese. La decisione dell’Italia è stata
presa in base al mandato Onu e agli aspetti umanitari
della missione. Il compito della missione Onu è quello di
vigilare, con il consenso delle parti sull’attuazione degli
accordi di pace per il Sudan sottoscritti a Nairobi dal
Governo di Kartoum ed i ribelli del Sud. L’invio dei
caschi blu in Sudan è stato deciso dal Consiglio di
sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione 1590 del
24 marzo 2005;
- un sostegno significativo ai progetti di disarmo,
sminamento, riabilitazione, assistenza umanitaria e ai
rifugiati condotti da Fondi, Programmi e Agenzie delle
Nazioni Unite, che divengono sempre più componenti
essenziali del processo di “peacebuilding” con il quale si
intende consolidare il successo delle missioni di pace;
- infine, un crescente raccordo tra le capacita’ militari e
civili europee di risoluzione delle crisi e le Nazioni Unite.
In questo senso, la Presidenza italiana dell’Unione
Europea ha promosso la Dichiarazione quadro UE –
ONU (“Joint Declaration”) sulla cooperazione nella
gestione delle crisi sottoscritta il 24 settembre 2003 a
New York .
Il nostro Paese partecipa a diverse iniziative europee che
contribuiscono a rafforzare le missioni di peacekeeping/
peacebuilding delle Nazioni Unite, tra cui:
- gli EU battlegroups.
Nel quadro di costituzione di questa prima importante
forza di intervento rapido (in grado di essere schierata
entro cinque/ dieci giorni dalla decisione politica), che
dovrebbe cominciare ad essere operativa nel corso del
2005, l’Italia ha messo a disposizione un battlegroup
nazionale. L’Italia partecipa inoltre ad un battlegroup
multinazionale anfibio (con Spagna, Portogallo e Grecia)
e ad uno multinazionale terrestre (con Slovenia e
Ungheria);
- la Gendarmeria europea.
L’iniziativa e’ stata lanciata al Vertice di Noordwijk nel
settembre 2004 dai cinque Paesi europei dotati di forze
militari con compiti di polizia (Italia, Francia, Paesi
Bassi, Spagna e Portogallo). Il quartiere generale della
EGF ha sede a Vicenza. Una volta costituitasi, anche la
gendarmeria europea potrà, se del caso, essere
impiegata in missioni di pace ONU;
- la creazione di una civilian capacity in crisis
management. Da parte della Direzione generale per
l’integrazione europea del MAE (DGIE) e’ stata avviata
una riflessione, interdirezionale prima ed
interministeriale poi, volta a creare un roster nazionale
di capacita’ civili della Pubblica Amministrazione
utilizzabili in aree di crisi. Alla Conferenza di Impegno
delle Capacita’ Civili (CAGRE novembre) svoltasi in
ambito PESD l’Italia ha offerto un contributo di 2259
unita’;
- il sostegno alla Peace Facility for Africa.
L’Italia partecipa con circa 37,5 milioni di dollari (pari al
12,5 % del totale) al programma denominato
“Peace Facility for Africa” lanciato dall’UE per finanziare
lo sviluppo delle capacita’ autonome dell’UA
e delle altre organizzazioni regionali e subregionali
africane nella conduzione di missioni di peacekeeping/
peacebuilding.
In questo ambito sono stati organizzati due corsi uno a
Torino, l’altro a Brindisi cui hanno partecipato circa 70
ufficiali provenienti da numerosi Paesi africani
nell’ambito delle strutture dell’UN Staff College di
Torino. Un’altro corso è stato, inoltre, realizzato da UNDESA,
Universita’ di Sant’Anna e Universita’ Legon di
Accra. Infine, è in fase di avanzata elaborazione la
costruzione presso la Scuola Carabinieri di Vicenza di
un Centro di Eccellenza per la formazione di
Peacekeepers africani.
La presenza italiana in Iraq
La Presenza italiana in Iraq e’ una missione di peacekeeping a
carattere multidimensionale con una forte componente
umanitaria e di assistenza alle autorità locali. Essa trova la
sua legittimazione della Risoluzione 1483 e nella Risoluzione
1546 dell’Onu e si iscrive nel solco della tradizione italiana di
contributo alla stabilizzazione e ricostruzione dei paesi colpiti
dalla guerra.
La Missione italiana in Iraq è stata istituita con la Legge 219
del 1 agosto 2003, che assegna precise funzioni al nostro
contingente, fra cui quello di concorrere, con gli altri Paesi
della Coalizione, a garantire le condizioni di sicurezza e
stabilità necessarie a consentire l'afflusso e la distribuzione
degli aiuti umanitari e contribuire, con capacità specifiche,
alla condotta delle attività di intervento più urgenti per il
ripristino delle infrastrutture e dei servizi essenziali. Con
l'assunzione della piena responsabilità da parte del Governo
Interinale Iracheno, dopo il 28 giugno 2004, l'attività del
Contingente italiano ha peraltro acquisito spiccata
connotazione di supporto alle Autorità locali.
Il Contingente nazionale è sotto il controllo operativo del
Comandante della Divisione Multinazionale a guida Britannica,
con la responsabilità dell'area della Provincia di Dhi Qar, che ha
come capoluogo Nassiriya. Il contingente, composto da circa 3.200
militari, si basa su varie componenti di Forza Armata: Esercito,
Marina, Aviazione ed Arma dei carabinieri. Il contingente italiano è
collocato presso Camp Mittica, all'interno del Compound Family
Quarters nei dintorni di Nassiriyah, al cui interno sono inserite
anche unità della Romania.
Le nostre forze assolvono tutta una gamma di attività previste per il
conseguimento della missione assegnata, che investono sia il settore
della sicurezza che quello della ricostruzione.
Tra le prime, pattugliamenti a breve e a lungo raggio, per il controllo
del territorio, presidio di obiettivi sensibili, esecuzione di Check point,
e, importantissimo, il sostegno concreto alla ricostruzione dell'intero
comparto sicurezza iracheno, sia a livello centrale che locale, anche
attraverso attività di formazione delle nuove forze di polizia irachene.
Per quanto riguarda le seconde, rivolte al soddisfacimento di esigenze
essenziali della popolazione, hanno avuto fin dall'inizio una
articolazione che consente di svolgere progetti, interventi sanitari
urgenti sulla popolazione nonché ulteriori interventi anche in settori
tipicamente non militari (giustizia, istruzione, sanità, servizi pubblici,
pubblica amministrazione). In tali ultimi settori operano gli
"Specialisti Funzionali”, esperti formati in ambito militare provenienti
dal mondo civile (operazioni CIMIC).
Le principali attività che il Contingente ha svolto fin dall’inizio della
missione e continua a svolgere in termini di sostegno umanitario e di
ricostruzione riguardano:
- assunzione di personale locale per la pulizia delle strade e
lavori di sistemazione;
- redazione di piani di prelevamento e di distribuzione della
benzina, assicurando il normale svolgimento delle attività
connesse ed impedendo il proliferare del mercato nero;
- esecuzione di lavori di ripristino e miglioramento della
stazione elettrica di Nassiriya per consentire l'adeguata
erogazione di energia;
- redazione di un piano per la salvaguardia dei siti archeologici
dell’area di responsabilità;
- redazioni di piani sanitari in supporto alle strutture
ospedaliere locali (fornitura di medicinali, attrezzature
sanitarie, potabilizzatori, ecc.);
- assistenza sanitaria specialistica alla popolazione e medicina
preventiva presso le scuole dell'area di responsabilità;
- assicurazione del corretto pagamento delle pensioni agli ex
dipendenti pubblici ed agli ex militari;
- supporto all'operato delle organizzazioni governative e non in
termini logistici e di sicurezza;
- attività di supporto alla Cooperazione del Ministero degli
Esteri per la realizzazione di un “progetto multisettoriale nella
provincia di Dhi Qar”, riguardante i settori sanitario, agricolo,
e dell'istruzione;
- distribuzione di aiuti umanitari provenienti da vari “donors”
nazionali con relativo trasporto strategico e tattico.
Gli inizi.....
L'impegno nelle missioni di pace nel mondo è ormai
da molti anni parte della politica estera italiana. Ebbe inizio negli
anni’60 con la partecipazione a numerose missioni ONU, nel corso
delle quali l’Italia pagò anche un alto tributo in termini di vite umane,
in particolare nel 1963 in Congo .
Negli anni’80, con la missione in Libano, il coinvolgimento dell’Italia
sulla scena internazionale aumentò, per poi rafforzarsi nel corso
degli anni‘90 con la partecipazione a molteplici missioni
multinazionali autorizzate dalle Nazioni Unite. Uno dei principali
teatri d’ intervento sono stati i Balcani, regione alla cui stabilizzazione
e sviluppo l’ Italia è particolarmente interessata per ragioni
geopolitiche. Forte è stata anche la partecipazione alle missioni a fini
umanitari soprattutto nel continente africano (Somalia e
Mozambico), dove è stato anche necessario evacuare cittadini
italiani in pericolo. La volontà italiana di aiutare popolazioni disagiate
in tutto il mondo, come in Iraq (Kurdistan) o nel Timor Orientale, è
sempre stata costante, ma più di recente l’Italia ha anche effettuato
diversi interventi contro il terrorismo internazionale, come in
Afghanistan.
Nel corso degli anni l’ Italia è andata assumendosi sempre maggiori
responsabilità per il mantenimento della pace nel mondo. E il
contributo italiano si è sempre ispirato a spirito di solidarietà, ad un
impegno per la ricostruzione e al consolidamento della pace. Tutto
questo è stato riconosciuto al nostro Paese a livello internazionale
Italia e Peacekeeping
Circa novemila italiani, tra
uomini e donne, ogni giorno lavorano al di fuori
dei confini nazionali per fornire un contributo
importante alla ricostruzione, alla stabilità, al
mantenimento della pace. Dall’Africa, ai Balcani,
dal Medio Oriente, all’Asia nel segno di un
impegno militare, politico e finanziario di assoluto
rilievo, le unità italiane di peacekeeping sono
attualmente impegnate in diverse operazioni di
pace condotte o autorizzate dalle Nazioni Unite in
tutte le principali aree di crisi nel mondo.
L’Italia, coerente con la sua tradizione di
solidarietà e con la sua vocazione al dialogo con i
Paesi del sud del mondo, svolge da sempre in
questo ambito un ruolo di rilievo. Tale ruolo è
testimoniato in primo luogo dall’impiego di
uomini: il nostro Paese si colloca, infatti, ai
primissimi posti tra i Paesi che contribuiscono con
l’invio di truppe alle missioni di pace. Ma il ruolo
italiano è rilevante anche in termini di impieghi di
mezzi economici. L’Italia è, infatti, il sesto
contributore al bilancio del peacekeeping Onu
martedì 2 luglio 2013
2 luglio 1993----2 luglio 2013
Il 2 Luglio 1993 a Mogadiscio la capitale della Somalia si tenne la più sanguinosa e cruenta battaglia nella storia delle Missioni di Pace organizzate dall'ONU.
E fu l'unica missione a venire definita un fallimento completo.
Questa è la "BATTAGLIA DEL PASTIFICIO" anche detta del CHECKPOINT PASTA;dove persero la vita 3 Militari Italiani e ne vennero feriti altri 23.Il Checkpoint Pasta era un vecchio posto di blocco appunto in un vecchio pastificio,da qui il suo nome è un punto strategico per il Contingente Italiano.Che fu così tristemente famoso appunto per il sanguinoso attentato teso alle Truppe Italiane il 2 luglio 1993 e quindi anche detta BATTAGLIA DEL PASTIFICIO.
Lo scontro del pastificio :
Alba del 2 luglio 1993. Parte “Canguro 12”. Per gli uomini dell’ Opera-zione ibis significa l’ennesimo rastrellamento in un centro abitato, alla ricerca di armi. Un’operazione di routine, anche se in grande stile è avviata con inusuale preavviso di poche ore.
Non sono ancora le 06:00;quando la colonna si muove, si snoda per le vie semideserte di Mogadiscio, supera il checkpoint “Pasta” e prende posizione all’interno della zona di operazione. L’obiettivo del rastrellamento è il quadrilatero di 400 metri per 700, compreso fra “Pasta” e “Ferro”, l’altro caposaldo italiano in un quartiere abitato da uomini della tribù Ha-ber-ghidir, quella a cui appartengono i miliziani di Aidid.
Lo scontro del pastificio :
Alba del 2 luglio 1993. Parte “Canguro 12”. Per gli uomini dell’ Opera-zione ibis significa l’ennesimo rastrellamento in un centro abitato, alla ricerca di armi. Un’operazione di routine, anche se in grande stile è avviata con inusuale preavviso di poche ore.
Non sono ancora le 06:00;quando la colonna si muove, si snoda per le vie semideserte di Mogadiscio, supera il checkpoint “Pasta” e prende posizione all’interno della zona di operazione. L’obiettivo del rastrellamento è il quadrilatero di 400 metri per 700, compreso fra “Pasta” e “Ferro”, l’altro caposaldo italiano in un quartiere abitato da uomini della tribù Ha-ber-ghidir, quella a cui appartengono i miliziani di Aidid.
Sono circa 800 i paracadutisti, a bordo di VCC-1 e sui trasporto truppe Fiat 6614, appoggiati anche da 8 carri M-60 del 132° ARIETE e da altrettante blindo B-1 CENTAURO dei LANCIERI DI MONTEBELLO. Per rafforzare lo schieramento, infatti, il Comando ha fatto affluire da Balad, poco a nord di Mogadiscio, le truppe del Raggruppamento BRAVO. L’intera operazione è seguita dall’alto dagli elicotteri, in partico-lare A 129 MANGUSTA da combattimento e AB 250, che seguono i movimenti dei reparti italiani, pronti a segnalare eventuali pericoli e a intervenire col fuoco delle loro armi. Intorno alle 06:00 i militari italiani, appoggiati dalla polizia somala, iniziano il rastrellamento casa per casa, alla ricerca delle armi. La tensione fra i due maggiori capi somali,Aidid e Ali Mahdi è alle stelle e i “signori della guerra”, non sembrano intenzionati a mettere fine ai continui scontri, la tensione è molto alta e vi è il rischio che da un momento all’altro si accendano scontri contro il contingente multinazionale. Proprio per questo lo schieramento messo in atto dal generale Bruno Loi è imponente. I nostri soldati sanno di essere in missione di pace, ma anche una operazione di tipo peace keeping tra due fazioni, nasconde delle insidie notevoli. Nessuno lo ammette ne se lo augura ma può accadere di tutto. Il rastrellamento è quasi terminato. I paracadutisti hanno scoperto parecchi depositi di armi, alcuni somali sono stati fermati e portati alla base per essere interrogati. Arriva l’ordine di rientrare; anche CANGURO 12 va in archivio, pensa qualcuno. I blindati invertono la marcia e si avviano per uscire dal quartiere. Una parte della colonna si dirige verso check point FERRO, è il raggruppamento ALFA che deve rientrare al Porto Vecchio, l’altra, i militari del Gruppo Bravo, muove in direzione di PASTA, per tornare a Balad. Sembra tutto tranquillo, troppo tranquillo. La testa della colonna si avvicina già a Balad quando iniziano i primi incidenti. Improvvi-samente si odono le urla di nugoli di donne e bambini che avanzano verso i mezzi ancora rimasti in zona.
Compaiono le prime barricate, copertoni in fiamme, auto ribaltate e ogni sorta di suppellettili rallentano la marcia dei nostri militari. I cingoli sferragliano sulle strade calde e polverose della capitale somala, gli uomini adesso più nervosi, sono all'erta, l'adrenalina è a mille. Nell'aria c'è qualcosa che non va . In pochissimi minuti le barricate si fanno più consistenti. Quella che all'inizio sembrava una delle tante manifesta-zioni contro le Nazioni Unite a Mogadiscio, si rivela una imboscata in piena regola. Cosa ci sia alla base della decisione dei miliziani di attaccare i soldati dell'Operazione IBIS, non è ancora chiaro. Voci mai confermate (né smentite) dei vertici militari, riferiscono di una reazione a un piano italiano. Il “Canguro”, forse, portava nel suo “marsupio” una sorpresa per Aidid. iani. In risposta Una squadra dell'intelligence italiano lo aveva localizzato nel quartiere dei suoi fedelissimi ed era ad un passo dalla sua cattura. Quale sia la verità, quella mattina a Mogadiscio si scatena l'inferno. I mezzi procedono lenti, la protesta dei somali impedisce di mantenere distanze e velocità di sicurezza. “Indietro, andate via”, urlano gli ufficiali italiani. ricevono insulti e sassate. Per fare indietreggiare la folla, i paracadutisti lanciano fumogeni, qualche flash-bang, ma la trappola è già scattata. In risposta ricevono insulti e sassate. Per fare indietreggiare la folla, i paracadutisti lanciano fumogeni, qualche flash-bang, ma la trappola è già scattata. Dietro la cortina di donne e bambini, compaiono i Kalashnikov e gli RPG-7. I manifestanti fanno da scudo, e alle loro spalle i cecchini iniziano a bersagliare i soldati. Momenti di sconcerto. Nessuno se lo aspettava. L'intesa tra italiani e somali si è rotta. Dopo 50 anni il nostro paese si trova impegnato in uno scontro armato, per di più in una missione di pace.
Cresce la rabbia, arrivano le prime reazioni. Per terra cadono i primi feriti, un sottotenente dei LANCIERI DI MONTEBELLO, sul suo CENTAURO, viene colpito di striscio, si accascia, mentre una pioggia di pietre e di piombo si riversa sui nostri militari. I paracadutisti riavutisi dalla sorpresa rispondono al fuoco e intervengono anche i carabinieri del TUSCANIA, accorrono gli “specialisti”, gli incursori del 9° COL MOSCHIN. L'imboscata però è ben congeniata, i nostri sono accerchiati, le strade sono interrotte delle barricate, dalle finestre e dagli angoli defilati, i miliziani di Aidid sparano sui militari italiani. L'allarme si diffonde a tutto il contingente. Il Comando richiama subito i paracadutisti del Raggruppamento BRAVO. Erano già nei pressi di Balad, 20 chilometri da Mogadiscio. La radio gracchia, arriva l'ordine e i mezzi invertono la marcia in direzione della capitale.
Occhi aperti, colpo in canna, i paracadutisti del 186° Reggimento su i VCC e i gipponi VM-90, protetti alle spalle dai carri M 60, arrivano lungo la Via Imperiale. Più avanti, in prossimità di un incrocio, vi è il check-point Pasta, così chiamato perché allestito in prossimità di un pastificio abbandonato. La strada è apparentemente deserta, ai lati della carreggiata i resti delle barricate e qualche auto in fiamme, si sentono gli echi delle raffiche. Oltre l'incrocio c'è un ostacolo. Un'altra barricata, più grande delle altre. Tre VCC-1 procedono a poca distanza l'uno dall'altro, quando sono investiti dal fuoco dei guerriglieri. Il primo mezzo si piazza al centro dell'incrocio e risponde con le armi di bordo. La Browning M2 da 12,7 mm e l'MG-42/59 in 7,62 mm crepitano per colpire l'avanzata degli altri. Il secondo blindato lo segue, mentre il terzo ha fatto appiedare la squadra dei fucilieri, per mettere gli uomini in una migliore, condizione di tiro. Sono istanti che sembrano lunghi anni. Da una strada laterale arriva un colpo mortale.Un RPG-7 colpisce il secondo VCC-1 e la carica perfora la corazza, colpendola proprio sopra la parte superiore del cingolo. È la prima vittima del 2 luglio.
Il paracadutista Pasquale Baccaro muore sul colpo, colpito alla gamba dal dardo, mentre sta azionando la sua MG. Dentro il mezzo è l'inferno. I feriti escono dal portellone posteriore sconvolti per l'esplosione. Il sergente maggiore Giampiero Monti ha l'addome squarciato, il paracadutista Massimiliano Zaniolo la mano devastata. I somali adesso, galvanizzati dal colpo, si fanno sotto, ma non è una decisione saggia. Gli uomini del terzo VCC, già a terra, si schierano a raggiera per difendere i feriti e dar tempo al soccorso di arrivare.
Il sottotenente Gianfranco Paglia coordina l'azione, mentre il VCC più avanzato, allo scoperto, al centro dell'incrocio stradale, copre i soldati a terra. I miliziani adesso sono a 20-30 metri, si distinguono quasi i volti, sparano anche con i mortai leggeri e le mitragliatrici, appostati fra le mura del pastificio, nelle casupole e suo container. La reazione degli italiani è decisa, 12,7 mm VCC di copertura bersaglia con precisione gli aggressore mentre i paracadutisti a terra sparano a raffica con i loro fucili d'assalto SCP-70/90 e lanciano granate. Passano i minuti, le ambulanze e i soccorsi sono bloccati dal fitto fuoco avversario e dalle barricate. Bisogna fare da soli per uscire fuori dalla situazione. Il mezzo colpito, dopo alcuni tentativi andati a vuoto, viene rimesso in moto, i feriti vengono caricati a bordo e il reparto lascia il luogo dell'agguato mentre l'intero quartiere è ormai in rivolta. I militari italiani sono circondati e gli elicotteri A-129 MANGUSTA e i corazzati chiedono il permesso di poter utilizzare le loro armi.
Se entrassero in azione i 105/51 mm degli M-60 e i 105/52 mm delle blindo CENTAURO e se gli elicotteri potessero sparare i missili TOW, il compito delle truppe a terra sarebbe facilitato, l'assedio rotto con minor rischi per i soldati dell'IBIS. Il generale Loi non se la sente di rischiare una carneficina. I colpi di cannone tra le case, causerebbero sicuramente una strage, coinvolgendo anche civili innocenti. L'autorizzazione ad aprire il fuoco non arriva. “Identificate e neutralizzate i centri di fuoco” Risponde il Comando.Si tratta di un lavoro molto rischioso che può essere affidato soltanto a soldati professionisti. Cecchini e postazioni vengono segnalati da terra e dagli elicotteri. Sui loro VM arrivano gli incursori del 9° Battaglione COLMOSCHIN, a cui spetta il compito più difficile, quello di far tacere mortai e lanciarazzi c/c attaccandoli con le armi individuali o di squadra, ma senza l'appoggio delle armi pesanti.
Gli uomini del COLMOSCHIN vanno all'assalto sotto una pioggia di proiettili. Si sviluppa un combattimento casa per casa, con colpi di SCP, raffiche di MP-5 e bombe a mano contro i miliziani in agguato. Il contrattacco si sviluppa nei dintorni del pastificio. Durante l'ennesimo assalto cade falciato da una raffica, il sergente maggiore degli incursori Stefano Paolicchi. Un gruppo di somali , intanto, riesce ad impossessarsi di un VM. Una decina, forse più, salgono a bordo del gippone, esultando, fuggono via con il loro bottino. Vengono immediatamente individuati da un elicottero MANGUSTA; il puntatore li inquadra e chiede l'autorizzazione a sparare “Negativo” Rispondono alla radio dal Comando. Le imprecazioni riecheggiano nell'interfono, adesso il gippone sparisce nel dedalo di viuzze del quartiere.
Ma il pilota dell'elicottero non ci sta, non molla la preda. Vola radente sfiorando i tetti delle case, sapendo che le armi leggere dei somali possono poco contro la blindatura del velivolo. Poco dopo riavvista il mezzo e l'A-129 s'inclina, inquadra il bersaglio, chiede di nuovo l'autorizzazione al fuoco. Questa volta l'”Okey” arriva subito. Non tanto però da anticipare il missile TOW che ha già colpito il bersaglio, distruggendolo con tutti gli occupanti. Intorno a PASTA i combattimenti continuano. A FERRO si forma una colonna di mezzi, formata tutta da volontari. Nessuno si tira indietro! Vogliono tornare indietro per dare un aiuto per dare aiuto ai paracadutisti ancora intrappolati. Due VCC-1 del Battaglione Carabinieri Paracadutisti TUSCANIA, uno del 186° Rgt e una blindo CENTAURO si lanciano nella mischia. A tutta velocità entrano in una strada che sbocca sulla Via Imperiale. Alcuni si parano loro davanti. Ancora spari e i mezzi italiani sfondano di slancio la barriera, rispondono al fuoco. Il sottotenente Andrea Millevoi è il capo equipaggio della CENTAURO, coordina l'azione, sporge il busto fuori dalla torretta, per meglio controllare la situazione. Viene colpito da una raffica e muore sul colpo. È la terza vittima del 2 luglio. Quasi contemporaneamente, alle sue spalle, tre colpi di Kalashnikov feriscono gravemente il suo parigrado della FOLGORE, Gianfranco Paglia, in azione su di un VCC. Gli italiani, comunque, progressivamente si disimpegnano. Gli incursori hanno realizzato una cornice di sicurezza, ma è tutto molto precario. I miliziani ricevono nuovi rinforzi e i mezzi italiani ripiegano su ordine del Comando ma da alcune postazioni gli uomini di Aidid minacciano la colonna.
I carri italiani sono li, impotenti. Gli ordino sono chiari “Niente artiglieria!” ma non è facile ubbidire quando vedi i tuoi commilitoni inchiodati a terra dal fuoco nemico. Qualcuno pensa che è meglio beccarsi una punizione piuttosto che vederli morire. Uno o forse più M-60 prendono posizione, brandeggiano la torretta controllano l’alzo. Sparano. Il bersaglio è un gruppo di catapecchie e container che fanno da riparo ai miliziani. Da lì, almeno, non colpiranno più e i somali debbono registrare forti perdite, inducendoli a moderare il loro ardore combattivo.Sono circa le 13:00 e gli italiani abbandonano la zona e i posti di blocco PASTA e FERRO. Tenerli in quelle condizioni vorrebbe dire scatenare una battaglia campale con i somali. Il bilancio è tragico, con tre caduti italiani e 23 feriti. Ma Aidid non può cantare vittoria. Ha pagato a caro prezzo alle truppe dell’UNOSOM, con almeno un centinaio dei suoi caduti nello scontro, a riprova che l’azione dei militari italiani, pur se fortemente limitata è stata efficace.
(fonte ufficiale del vero racconto il il Magg. Paglia)
Cresce la rabbia, arrivano le prime reazioni. Per terra cadono i primi feriti, un sottotenente dei LANCIERI DI MONTEBELLO, sul suo CENTAURO, viene colpito di striscio, si accascia, mentre una pioggia di pietre e di piombo si riversa sui nostri militari. I paracadutisti riavutisi dalla sorpresa rispondono al fuoco e intervengono anche i carabinieri del TUSCANIA, accorrono gli “specialisti”, gli incursori del 9° COL MOSCHIN. L'imboscata però è ben congeniata, i nostri sono accerchiati, le strade sono interrotte delle barricate, dalle finestre e dagli angoli defilati, i miliziani di Aidid sparano sui militari italiani. L'allarme si diffonde a tutto il contingente. Il Comando richiama subito i paracadutisti del Raggruppamento BRAVO. Erano già nei pressi di Balad, 20 chilometri da Mogadiscio. La radio gracchia, arriva l'ordine e i mezzi invertono la marcia in direzione della capitale.
Occhi aperti, colpo in canna, i paracadutisti del 186° Reggimento su i VCC e i gipponi VM-90, protetti alle spalle dai carri M 60, arrivano lungo la Via Imperiale. Più avanti, in prossimità di un incrocio, vi è il check-point Pasta, così chiamato perché allestito in prossimità di un pastificio abbandonato. La strada è apparentemente deserta, ai lati della carreggiata i resti delle barricate e qualche auto in fiamme, si sentono gli echi delle raffiche. Oltre l'incrocio c'è un ostacolo. Un'altra barricata, più grande delle altre. Tre VCC-1 procedono a poca distanza l'uno dall'altro, quando sono investiti dal fuoco dei guerriglieri. Il primo mezzo si piazza al centro dell'incrocio e risponde con le armi di bordo. La Browning M2 da 12,7 mm e l'MG-42/59 in 7,62 mm crepitano per colpire l'avanzata degli altri. Il secondo blindato lo segue, mentre il terzo ha fatto appiedare la squadra dei fucilieri, per mettere gli uomini in una migliore, condizione di tiro. Sono istanti che sembrano lunghi anni. Da una strada laterale arriva un colpo mortale.Un RPG-7 colpisce il secondo VCC-1 e la carica perfora la corazza, colpendola proprio sopra la parte superiore del cingolo. È la prima vittima del 2 luglio.
Il paracadutista Pasquale Baccaro muore sul colpo, colpito alla gamba dal dardo, mentre sta azionando la sua MG. Dentro il mezzo è l'inferno. I feriti escono dal portellone posteriore sconvolti per l'esplosione. Il sergente maggiore Giampiero Monti ha l'addome squarciato, il paracadutista Massimiliano Zaniolo la mano devastata. I somali adesso, galvanizzati dal colpo, si fanno sotto, ma non è una decisione saggia. Gli uomini del terzo VCC, già a terra, si schierano a raggiera per difendere i feriti e dar tempo al soccorso di arrivare.
Il sottotenente Gianfranco Paglia coordina l'azione, mentre il VCC più avanzato, allo scoperto, al centro dell'incrocio stradale, copre i soldati a terra. I miliziani adesso sono a 20-30 metri, si distinguono quasi i volti, sparano anche con i mortai leggeri e le mitragliatrici, appostati fra le mura del pastificio, nelle casupole e suo container. La reazione degli italiani è decisa, 12,7 mm VCC di copertura bersaglia con precisione gli aggressore mentre i paracadutisti a terra sparano a raffica con i loro fucili d'assalto SCP-70/90 e lanciano granate. Passano i minuti, le ambulanze e i soccorsi sono bloccati dal fitto fuoco avversario e dalle barricate. Bisogna fare da soli per uscire fuori dalla situazione. Il mezzo colpito, dopo alcuni tentativi andati a vuoto, viene rimesso in moto, i feriti vengono caricati a bordo e il reparto lascia il luogo dell'agguato mentre l'intero quartiere è ormai in rivolta. I militari italiani sono circondati e gli elicotteri A-129 MANGUSTA e i corazzati chiedono il permesso di poter utilizzare le loro armi.
Se entrassero in azione i 105/51 mm degli M-60 e i 105/52 mm delle blindo CENTAURO e se gli elicotteri potessero sparare i missili TOW, il compito delle truppe a terra sarebbe facilitato, l'assedio rotto con minor rischi per i soldati dell'IBIS. Il generale Loi non se la sente di rischiare una carneficina. I colpi di cannone tra le case, causerebbero sicuramente una strage, coinvolgendo anche civili innocenti. L'autorizzazione ad aprire il fuoco non arriva. “Identificate e neutralizzate i centri di fuoco” Risponde il Comando.Si tratta di un lavoro molto rischioso che può essere affidato soltanto a soldati professionisti. Cecchini e postazioni vengono segnalati da terra e dagli elicotteri. Sui loro VM arrivano gli incursori del 9° Battaglione COLMOSCHIN, a cui spetta il compito più difficile, quello di far tacere mortai e lanciarazzi c/c attaccandoli con le armi individuali o di squadra, ma senza l'appoggio delle armi pesanti.
Gli uomini del COLMOSCHIN vanno all'assalto sotto una pioggia di proiettili. Si sviluppa un combattimento casa per casa, con colpi di SCP, raffiche di MP-5 e bombe a mano contro i miliziani in agguato. Il contrattacco si sviluppa nei dintorni del pastificio. Durante l'ennesimo assalto cade falciato da una raffica, il sergente maggiore degli incursori Stefano Paolicchi. Un gruppo di somali , intanto, riesce ad impossessarsi di un VM. Una decina, forse più, salgono a bordo del gippone, esultando, fuggono via con il loro bottino. Vengono immediatamente individuati da un elicottero MANGUSTA; il puntatore li inquadra e chiede l'autorizzazione a sparare “Negativo” Rispondono alla radio dal Comando. Le imprecazioni riecheggiano nell'interfono, adesso il gippone sparisce nel dedalo di viuzze del quartiere.
Ma il pilota dell'elicottero non ci sta, non molla la preda. Vola radente sfiorando i tetti delle case, sapendo che le armi leggere dei somali possono poco contro la blindatura del velivolo. Poco dopo riavvista il mezzo e l'A-129 s'inclina, inquadra il bersaglio, chiede di nuovo l'autorizzazione al fuoco. Questa volta l'”Okey” arriva subito. Non tanto però da anticipare il missile TOW che ha già colpito il bersaglio, distruggendolo con tutti gli occupanti. Intorno a PASTA i combattimenti continuano. A FERRO si forma una colonna di mezzi, formata tutta da volontari. Nessuno si tira indietro! Vogliono tornare indietro per dare un aiuto per dare aiuto ai paracadutisti ancora intrappolati. Due VCC-1 del Battaglione Carabinieri Paracadutisti TUSCANIA, uno del 186° Rgt e una blindo CENTAURO si lanciano nella mischia. A tutta velocità entrano in una strada che sbocca sulla Via Imperiale. Alcuni si parano loro davanti. Ancora spari e i mezzi italiani sfondano di slancio la barriera, rispondono al fuoco. Il sottotenente Andrea Millevoi è il capo equipaggio della CENTAURO, coordina l'azione, sporge il busto fuori dalla torretta, per meglio controllare la situazione. Viene colpito da una raffica e muore sul colpo. È la terza vittima del 2 luglio. Quasi contemporaneamente, alle sue spalle, tre colpi di Kalashnikov feriscono gravemente il suo parigrado della FOLGORE, Gianfranco Paglia, in azione su di un VCC. Gli italiani, comunque, progressivamente si disimpegnano. Gli incursori hanno realizzato una cornice di sicurezza, ma è tutto molto precario. I miliziani ricevono nuovi rinforzi e i mezzi italiani ripiegano su ordine del Comando ma da alcune postazioni gli uomini di Aidid minacciano la colonna.
I carri italiani sono li, impotenti. Gli ordino sono chiari “Niente artiglieria!” ma non è facile ubbidire quando vedi i tuoi commilitoni inchiodati a terra dal fuoco nemico. Qualcuno pensa che è meglio beccarsi una punizione piuttosto che vederli morire. Uno o forse più M-60 prendono posizione, brandeggiano la torretta controllano l’alzo. Sparano. Il bersaglio è un gruppo di catapecchie e container che fanno da riparo ai miliziani. Da lì, almeno, non colpiranno più e i somali debbono registrare forti perdite, inducendoli a moderare il loro ardore combattivo.Sono circa le 13:00 e gli italiani abbandonano la zona e i posti di blocco PASTA e FERRO. Tenerli in quelle condizioni vorrebbe dire scatenare una battaglia campale con i somali. Il bilancio è tragico, con tre caduti italiani e 23 feriti. Ma Aidid non può cantare vittoria. Ha pagato a caro prezzo alle truppe dell’UNOSOM, con almeno un centinaio dei suoi caduti nello scontro, a riprova che l’azione dei militari italiani, pur se fortemente limitata è stata efficace.(fonte ufficiale del vero racconto il il Magg. Paglia)
lunedì 10 giugno 2013
DOLORE RIP...........
Scusate ma per oggi non pubblicherò nulla sono vicina al dolore della famiglia La Rosa per la perdita del loro caro figlio e per la perdita di un figlio del Tricolore!
RIP GIUSEPPE.
venerdì 24 maggio 2013
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