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sabato 17 ottobre 2015

Chiariamo le idee : Definizioni

La definizione di peacekeeping è usata spesso erroneamente per definire tutti vari tipi di operazioni di supporto alla pace mentre il peacekeeping è solo una delle tipologie di azioni appartenenti alla più vasta categoria delle Peace Support Operations (Pso ), termine con cui si intendono tutte quelle forme di intervento finalizzate alla prevenzione, gestione e soluzione di situazioni di crisi esterne al territorio nazionale e non incidenti sugli interessi vitali di un Paese. Queste azioni nascono sempre da una richiesta delle parti in conflitto, che possono liberamente rivolgersi all’organizzazione che preferiscono. Non solo le Nazioni Unite o la Nato, quindi, ma anche l’Ocse, l’Osce, l’Unione degli Stati Africani, l’Unione Europea o altre forze di intervento multinazionali. Nella categoria delle Pso rientrano, dunque, vari tipi di operazioni che spesso non si distinguono nettamente le une dalle altre ma finiscono per costituire un complesso continuum. Conflict prevention. La prevenzione dei conflitti. Questo tipo di operazione è finalizzata a scongiurare l’avvio di una crisi, spesso attraverso lo schieramento preventivo delle forze armate. Peacemaking. Operazioni di pacificazione. Vengono intraprese dopo l’inizio delle ostilità per far sì che tramite azioni diplomatiche, di mediazione o anche imposizione di sanzioni si arrivi alla pacificazione. Peacekeeping. Operazioni di mantenimento della pace. Sono finalizzate a far rispettare gli accordi, le tregue, a moderare o a porre fine alle ostilità delle parti. le tregue, a moderare o a porre fine alle ostilità fra le parti. Peacebuilding . Operazioni di costruzione della pace. Vengono attuatealla fine di un conflitto per sostenere la stabilità, ricostruire le istituzioni di uno Stato ed evitare la ripresa delle ostilità. Humanitarian aid . Missioni di aiuto umanitario. Sono finalizzate a fornire un supporto alle popolazioni locali e ad alleviarne le sofferenze. Peaceenforcement . Operazioni di imposizione della pace. Mentre leoperazioni precedentemente citate prevedono la presenza delle “forze di pace” sul campo in seguito alla richiesta delle parti in conflitto, le operazioni di peaceenforcement vengono promosse anche senza il consenso delle parti - in sostituzione delle istituzioni nazionali, quando queste si rivelano incapaci di controllare il territorio - allo scopo di imporre la pace. (FONTE MAE)

Dal Peacekeeping al Peacebuilding

I più recenti interventi delle Nazioni Unite presentano caratteristiche sostanzialmente nuove rispetto al passato: i mandati stabiliti dal Consiglio di Sicurezza non coprono piu’ soltanto gli aspetti militari e di sicurezza, ma un insieme di attività volte al consolidamento della pace che vanno dall’ordine pubblico all’amministrazione civile, dallo Stato di diritto (rule of Law) al controllo delle frontiere. Posta la stretta connessione esistente tra peacekeeping, peacebuilding e nationbuilding, l’Italia sostiene con convinzione l’inclusione nell’azione dell’ONU di componenti di carattere amministrativo, di riabilitazione civile ed istituzionale accanto alla dimensione propriamente di sicurezza. In questo senso, l’Italia invoca un piu’ funzionale coordinamento tra i programmi di peace-building promossi dall’ONU, da Fondi, Programmi e Agenzie specializzate, nonché da Banca Mondiale e altri Istituzioni finanziarie internazionali. L’Italia è in grado di contribuire a questo processo attraverso il crescente coinvolgimento di un’ampia gamma di Amministrazioni centrali e locali, nonché di specialisti ed esperti provenienti dalla società civile. Insieme ad altri Paesi europei, l’Italia ha appoggiato fin dal principio questa nuova tendenza e sta facendo la propria parte, arricchendo la propria tradizionale partecipazione (attraverso qualificati contingenti elicotteristici, aerei o di Carabinieri inquadrati nelle operazioni di pace ONU), grazie al crescente invio di personale specializzato delle Forze di Polizia, della Guardia di Finanza e della Giustizia (magistrati, personale dell’amministrazione penitenziaria e esperti civili). Si tratta, in questi ultimi casi, di professionalità molto richieste al momento dalle Nazioni Unite e verso le quali andrà qualificandosi ulteriormente il contributo offerto dall’Italia al mantenimento della pace. L’Italia offre contributi a numerosi Trust Funds appositamente costituiti dalle Nazioni Unite a fini di disarmo (DDR), sminamento, ricostruzione civile e riabilitazione di ex combattenti in Paesi quali l’Afganistan, l’Etiopia e l’Eritrea. In particolare, in Afghanistan, l’Italia e’ il paese leader nell’opera di riforma del sistema giudiziario, attraverso il riassetto dell’ordinamento, la ricostruzione delle strutture dell’amministrazione giudiziaria, e la formazione del personale addetto (lead Giustizia Afghanistan). L’impegno finanziario italiano in questo settore e’ di 20 milioni di Euro per il biennio 2003-2004 e copre quasi l’intero ammontare richiesto (27 milioni di Euro). In Eritrea e in Etiopia, l’Italia e’ impegnata nell’opera di delimitazione e demarcazione delle frontiere tra i due paesi. Nel 2003, l’Italia e’ stata il terzo donatore a favore di questa difficile missione, con un contributo di più’ di 1,5 milioni di dollari al Fondo Fiduciario delle Nazioni Unite.

L’impegno italiano per la riforma del peacekeeping

Dopo i dolorosi insuccessi della Somalia, del Ruanda e della Bosnia all’inizio degli anni novanta, e mettendo fine a un periodo di relativo contenimento degli interventi multilaterali, le Nazioni Unite hanno avviato un processo di riforma e rilancio dell’intero settore sulla base delle raccomandazioni contenute nel rapporto Brahimi. La riforma del peacekeeping ONU si è incentrata sul rafforzamento delle strutture centrali sul miglioramento dei mandati disposti dal Consiglio di Sicurezza, sul maggiore coinvolgimento dei paesi contributori di truppe e l’accelerazione del dispiegamento operativo dei contingenti in caso d’intervento. In questo senso l’Italia sta offrendo un contributo significativo alle Nazioni Unite tramite alcune importanti iniziative volte ad aumentare l’efficienza operativa delle missioni di pace e la preparazione del personale da impiegare in tali missioni, quali: - La Base Logistica ONU di Brindisi; - Lo UN System Staff College di Torino; - La formazione di peacekeepers africani. L’Italia sostiene inoltre il significativo rilancio delle missioni di pace ONU che ha portato ai recenti interventi in Liberia, Costa d’Avorio, Burundi e Haiti con rilevanti implicazioni finanziarie per i membri delle Nazioni Unite (il bilancio delle attività di peacekeeping è passato in pochi anni da 650 milioni a oltre 3,5 miliardi di dollari stimati per il periodo luglio 2004 –giugno 2005). La Base Logistica delle Nazioni Unite a Brindisi (UNLB) La Base Logistica delle Nazioni Unite a Brindisi, in Italia, è stata attivata a partire dal 1994 con un accordo tra il Segretariato generale delle Nazioni Unite e il Governo italiano. L’accordo è stato emendato il 7 dicembre del 2001 in modo da permettere un’ulteriore espansione della Base, in connessione con gli attuali sforzi di rafforzamento della capacità delle Nazioni Unite di rapido dispiegamento e supporto delle missioni, sforzi ampiamente auspicati anche dal Rapporto Brahimi. Il posizionamento e la gestione di una Riserva strategica di materiali (SDS-Strategic deployment stocks) presso Brindisi ha aumentato considerevolmente l’importanza della base logistica con un relativo incremento del personale impiegato di circa il 30 per cento, fino alle attuali 130 unità, e del bilancio annuale della struttura che è salito a circa 29 milioni di dollari(2004-2005). Dal 2002 inoltre sono stati costruiti tre nuovi depositi speciali per lo stoccaggio di materiale ed equipaggiamento elettronico molto fragile con un’iniziativa finanziata interamente dal Governo italiano per l’ammontare di 7.5 milioni di Euro. Posizione La base è posizionata in un punto strategico all’incrocio tra l’Europa, l’Africa ed il Medio Oriente. Permette inoltre interventi rapidi e diretti nella zona dei Balcani, e si colloca come un ponte stabile e sicuro, sulle principali vie di comunicazioni aeree e marittime di accesso ai continenti africano e asiatico. Funzioni - Brindisi svolge un ruolo strategico per la proiezione rapida delle nuove missioni ONU, in particolare in Africa. - Brindisi svolge importanti funzioni quale snodo per le comunicazioni satellitari e supporto nella tecnologia dell’informazione per le operazioni ONU, anche grazie alle favorevoli condizioni climatiche presenti nella zona. - Brindisi costituisce inoltre un centro di formazione per tecnici, esperti nell’impiego degli strumenti e dei materiali presenti nella base (circa 1500 ogni anno, provenienti da diverse missioni ONU nel mondo). - Infine sono in atto delle sinergie e degli accordi operativi tra la base ed altre agenzie ONU, quali ad esempio il World Food Programme, nell’organizzazione logistica dei progetti di sviluppo. Un contributo italiano importante La disponibilità dell’Italia nel fornire una struttura così essenziale all’azione delle Nazioni Unite a titolo completamente gratuito è molto apprezzata a livello internazionale. Il Governo italiano offre un continuo supporto politico e finanziario alla Base e al personale ONU ivi impiegato. Gli uffici, gli edifici ed i magazzini formano nel complesso una struttura molto flessibile e duttile che si sta rivelando indispensabile nelle sue funzioni al servizio delle missioni di pace delle Nazioni Unite.In base agli accordi, all’Italia competono anche tutta una serie di costi di manutenzione e di gestione di vari servizi connessi con la Base. Inoltre, l’UNLB beneficia dei servizi di difesa e sicurezza che l’Aeronautica Militare Italiana assicura per l’intero comprensorio. Grazie a tale disponibilità da parte italiana, l’ONU ha fortemente accresciuto le sue capacita` operative e di rapido spiegamento delle missioni di peacekeeping. La UNLB, infatti, e` diventata il centro di immagazzinamento e gestione degli Strategic Deployment Stocks (SDS), il principale “Hub” di comunicazioni satellitari e un importante centro di addestramento tecnico. Al momento la UNLB occupa circa 130 unita’ con un bilancio annuo di circa 29 milioni di dollari. Sono in corso negoziati per un’ulteriore espansione della base attraverso l’utilizzo di aree ed infrastrutture situate nell’area della vicina Base Militare di San Vito dei Normanni. U.N. System Staff College di Torino (UNSSC) L’attenzione dell’Italia rispetto all’importante processo di riforma del peacekeeping ONU si è concentrata anche sull’attività di formazione rivolte a questo tipo di operazioni. Le Nazioni Unite hanno più volte riaffermato l’importanza di un approccio coordinato alla ricerca e alla formazione, basato su una strategia coerente ed efficace e su di un’efficiente divisione dei compiti tra le rilevanti istituzioni ed organismi. In questo senso la presenza a Torino dello U. N. System Staff College offre rilevanti potenzialità per qualificare il contributo italiano, ad esempio promuovendo sinergie, scambi e contatti con la Scuola di Applicazione dell’Esercito e con i Centri di alta formazione militare operanti nel nostro paese. L’Italia promuove una valorizzazione crescente dello Staff College di Torino presso il quale, nel maggio 2004, ha organizzato corsi di formazione sul peacekeeping, i diritti umani e la prevenzione dei conflitti, a favore di ufficiali delle forze armate africane. Ai corsi hanno finora partecipato ufficiali africani provenienti da 21 paesi. La formazione di peacekeepers africani L’Italia partecipa attivamente agli sforzi della comunita’ internazionale che mirano a potenziare le capacita’ autonome di peacekeeping africano, in considerazione della complessita’ crescente delle missioni di pace in Africa e delle maggiori responsabilita’ in capo agli attori locali (comprese l’Unione Africana e le organizzazioni sub-regionali quali ECOWAS, IGAD e SADC). In questo senso l’Italia collabora a diverse iniziative sul piano bilaterale, europeo e a livello di G8 (Action plan for Africa). Nel quadro europeo si segnala la recente creazione della Peace Facility for Africa con una dotazione pari a 250 milioni di Euro, il 14% dei quali a carico del nostro paese. Inoltre nel giugno 2004, al Vertice G8 di Sea Island (Stati Uniti), il nostro Paese ha lanciato un’iniziativa congiunta con gli Usa per creare nel 2005, in Italia, un “Centro di eccellenza” delle forze armate con funzione di polizia, sul modello dei Carabinieri che hanno dimostrato una capacita’ unica in numerose missioni di pace. Oltre ai corsi presso lo UN Staff College di Torino, l’Italia sostiene infine la formazione di personale non militare africano da destinare in missioni di pace con componenti di ricostruzione civile, attraverso un progetto sviluppato congiuntamente con UNDESA, Universita’ Sant’Anna di Pisa ed il Ghana Il Contributo obbligatorio italiano al bilancio 2004 delle missioni di peacekeeping/ peacebuilding e’ ammontato a circa 140 milioni di dollari USA (pari al 4,885 % dell’intero bilancio delle missioni di peacekeeping). Il contributo e’ a carico della Direzione generale degli Affari politici. L’Italia partecipa finanziariamente alle missioni di peacekeeping/peacebuilding delle N.U. e piu’ in generale ad attivita’ connesse con il crisis management gestite da Organizzazioni Internazionali anche mediante una serie di contributi volontari che sono autorizzati da diverse leggi di spesa e conseguentemente ripartiti fra diversi centri di responsabilita’ al MAE. Infine puo’ essere ricordato che, nel corso di una Conferenza svoltasi a Freetown sul contributo italiano alla salvaguardia dei minori in Africa occidentale, la DGCS ha annunciato la decisione di attivare un Trust Fund della Banca Mondiale e dell’African Development Bank (9,6 milioni di dollari) per lo sviluppo di programmi di recupero di bambini nei conflitti armati in Africa occidentale.

......e oggi

Il nostro Paese offre notevoli contributi all’azione dell’ONU sia sul piano operativo e logistico (favorendo il rapido dispiegamento delle missioni), sia formativo attraverso la creazione di un Centro di Eccellenza – con sede a Vicenza presso la Scuola Sottufficiali dei Carabinieri - per la formazione di forze militari di pace con funzioni di polizia civile. Un apporto, quello italiano, che mira soprattutto a sviluppare una dottrina e standards operativi comuni per questo tipo di Forze (secondo l’approccio della “formazione dei formatori”) e che potrà beneficiare delle positive sinergie realizzabili con lo Staff College dell’ONU di Torino e con la Base di Brindisi. Il Centro potrebbe inoltre agire da catalizzatore di analoghe iniziative attualmente in fase di avvio in seno all’Unione Europea (Gendarmeria Europea). Un forte impulso, inoltre, è stato dato dal nostro Paese, nel corso del semestre di Presidenza dell’UE, alla già proficua collaborazione esistente tra le Nazioni Unite e l’Unione Europea nel settore della gestione delle crisi. L’Unione Europea assicura tradizionalmente, un rilevante contributo, sia in termini di uomini (circa 40.000 unità), sia di mezzi finanziari (i 25 Paesi dell’UE contribuiscono al bilancio del peacekeeping ONU nella misura di quasi il 40%) alle missioni di pace condotte o autorizzate dalle Nazioni Unite. E la firma il 24 settembre 2003 a New York di una Dichiarazione Congiunta tra l’Unione Europea e l’ONU sulla gestione delle crisi - sottoscritta dal Presidente Berlusconi e dal Segretario Generale Annan – ha rappresentato, dunque, in tale direzione, un importante passo avanti. Tutto questo, oltre a rivelarsi uno strumento indispensabile al mantenimento della credibilità internazionale del nostro Paese, fornisce anche la possibilità all’Italia di poter partecipare alle decisioni strategiche riguardanti le principali aree di crisi. La partecipazione italiana alle missioni di pace Il tradizionale impegno dell’Italia nelle missioni di pace ed umanitarie internazionali si traduce oggi in un alto profilo dell’azione italiana sui principali teatri di crisi. Esso rappresenta una delle piu’ significative manifestazioni del complessivo impegno italiano verso le Nazioni Unite. Oltre ad essere il sesto contributore al bilancio del peacekeeping ONU (con un esborso stimato intorno ai 140 milioni di dollari per il 2004 e una quota di circa il 5% sulla spesa totale),l’Italia partecipa agli interventi di pace internazionali in vari modi: - oltre 9.000 i militari italiani impiegati nelle Forze di pace multilaterali, quali la SFOR in Bosnia-Erzegovina, la KFOR in Kossovo e l’ISAF in Afghanistan, ma anche condotte direttamente dall’Unione Europea (EUPM in Bosnia, Concordia/Proxima in Macedonia). Tutte queste missioni sono autorizzate e poste sotto l’egida del Consiglio di sicurezza ONU. Il costo di tali operazioni supera 1,2 miliardi di Euro l’anno, aggiuntivi rispetto ai contributi al peacekeeping ONU; - circa 400 caschi blu italiani sono impegnati nelle operazioni direttamente condotte dalle Nazioni Unite, nei Balcani (UNMIK), in Medio Oriente e Nordafrica (UNIFIL, UNTSO, MINURSO), in Africa (UNMEE/Etiopia-Eritrea) e in Asia Centrale (osservatori militari lungo la frontiera India/Pakistan). Inoltre, il 7 aprile 2005, il Consiglio dei Ministri ha autorizzato la più recente e ventiseiesima missione dell’Italia all’estero: l’invio di circa 220 militari italiani in Sudan inquadrati nel contingente di 10.000 caschi blu impegnati in quel Paese. La decisione dell’Italia è stata presa in base al mandato Onu e agli aspetti umanitari della missione. Il compito della missione Onu è quello di vigilare, con il consenso delle parti sull’attuazione degli accordi di pace per il Sudan sottoscritti a Nairobi dal Governo di Kartoum ed i ribelli del Sud. L’invio dei caschi blu in Sudan è stato deciso dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione 1590 del 24 marzo 2005; - un sostegno significativo ai progetti di disarmo, sminamento, riabilitazione, assistenza umanitaria e ai rifugiati condotti da Fondi, Programmi e Agenzie delle Nazioni Unite, che divengono sempre più componenti essenziali del processo di “peacebuilding” con il quale si intende consolidare il successo delle missioni di pace; - infine, un crescente raccordo tra le capacita’ militari e civili europee di risoluzione delle crisi e le Nazioni Unite. In questo senso, la Presidenza italiana dell’Unione Europea ha promosso la Dichiarazione quadro UE – ONU (“Joint Declaration”) sulla cooperazione nella gestione delle crisi sottoscritta il 24 settembre 2003 a New York . Il nostro Paese partecipa a diverse iniziative europee che contribuiscono a rafforzare le missioni di peacekeeping/ peacebuilding delle Nazioni Unite, tra cui: - gli EU battlegroups. Nel quadro di costituzione di questa prima importante forza di intervento rapido (in grado di essere schierata entro cinque/ dieci giorni dalla decisione politica), che dovrebbe cominciare ad essere operativa nel corso del 2005, l’Italia ha messo a disposizione un battlegroup nazionale. L’Italia partecipa inoltre ad un battlegroup multinazionale anfibio (con Spagna, Portogallo e Grecia) e ad uno multinazionale terrestre (con Slovenia e Ungheria); - la Gendarmeria europea. L’iniziativa e’ stata lanciata al Vertice di Noordwijk nel settembre 2004 dai cinque Paesi europei dotati di forze militari con compiti di polizia (Italia, Francia, Paesi Bassi, Spagna e Portogallo). Il quartiere generale della EGF ha sede a Vicenza. Una volta costituitasi, anche la gendarmeria europea potrà, se del caso, essere impiegata in missioni di pace ONU; - la creazione di una civilian capacity in crisis management. Da parte della Direzione generale per l’integrazione europea del MAE (DGIE) e’ stata avviata una riflessione, interdirezionale prima ed interministeriale poi, volta a creare un roster nazionale di capacita’ civili della Pubblica Amministrazione utilizzabili in aree di crisi. Alla Conferenza di Impegno delle Capacita’ Civili (CAGRE novembre) svoltasi in ambito PESD l’Italia ha offerto un contributo di 2259 unita’; - il sostegno alla Peace Facility for Africa. L’Italia partecipa con circa 37,5 milioni di dollari (pari al 12,5 % del totale) al programma denominato “Peace Facility for Africa” lanciato dall’UE per finanziare lo sviluppo delle capacita’ autonome dell’UA e delle altre organizzazioni regionali e subregionali africane nella conduzione di missioni di peacekeeping/ peacebuilding. In questo ambito sono stati organizzati due corsi uno a Torino, l’altro a Brindisi cui hanno partecipato circa 70 ufficiali provenienti da numerosi Paesi africani nell’ambito delle strutture dell’UN Staff College di Torino. Un’altro corso è stato, inoltre, realizzato da UNDESA, Universita’ di Sant’Anna e Universita’ Legon di Accra. Infine, è in fase di avanzata elaborazione la costruzione presso la Scuola Carabinieri di Vicenza di un Centro di Eccellenza per la formazione di Peacekeepers africani. La presenza italiana in Iraq La Presenza italiana in Iraq e’ una missione di peacekeeping a carattere multidimensionale con una forte componente umanitaria e di assistenza alle autorità locali. Essa trova la sua legittimazione della Risoluzione 1483 e nella Risoluzione 1546 dell’Onu e si iscrive nel solco della tradizione italiana di contributo alla stabilizzazione e ricostruzione dei paesi colpiti dalla guerra. La Missione italiana in Iraq è stata istituita con la Legge 219 del 1 agosto 2003, che assegna precise funzioni al nostro contingente, fra cui quello di concorrere, con gli altri Paesi della Coalizione, a garantire le condizioni di sicurezza e stabilità necessarie a consentire l'afflusso e la distribuzione degli aiuti umanitari e contribuire, con capacità specifiche, alla condotta delle attività di intervento più urgenti per il ripristino delle infrastrutture e dei servizi essenziali. Con l'assunzione della piena responsabilità da parte del Governo Interinale Iracheno, dopo il 28 giugno 2004, l'attività del Contingente italiano ha peraltro acquisito spiccata connotazione di supporto alle Autorità locali. Il Contingente nazionale è sotto il controllo operativo del Comandante della Divisione Multinazionale a guida Britannica, con la responsabilità dell'area della Provincia di Dhi Qar, che ha come capoluogo Nassiriya. Il contingente, composto da circa 3.200 militari, si basa su varie componenti di Forza Armata: Esercito, Marina, Aviazione ed Arma dei carabinieri. Il contingente italiano è collocato presso Camp Mittica, all'interno del Compound Family Quarters nei dintorni di Nassiriyah, al cui interno sono inserite anche unità della Romania. Le nostre forze assolvono tutta una gamma di attività previste per il conseguimento della missione assegnata, che investono sia il settore della sicurezza che quello della ricostruzione. Tra le prime, pattugliamenti a breve e a lungo raggio, per il controllo del territorio, presidio di obiettivi sensibili, esecuzione di Check point, e, importantissimo, il sostegno concreto alla ricostruzione dell'intero comparto sicurezza iracheno, sia a livello centrale che locale, anche attraverso attività di formazione delle nuove forze di polizia irachene. Per quanto riguarda le seconde, rivolte al soddisfacimento di esigenze essenziali della popolazione, hanno avuto fin dall'inizio una articolazione che consente di svolgere progetti, interventi sanitari urgenti sulla popolazione nonché ulteriori interventi anche in settori tipicamente non militari (giustizia, istruzione, sanità, servizi pubblici, pubblica amministrazione). In tali ultimi settori operano gli "Specialisti Funzionali”, esperti formati in ambito militare provenienti dal mondo civile (operazioni CIMIC). Le principali attività che il Contingente ha svolto fin dall’inizio della missione e continua a svolgere in termini di sostegno umanitario e di ricostruzione riguardano: - assunzione di personale locale per la pulizia delle strade e lavori di sistemazione; - redazione di piani di prelevamento e di distribuzione della benzina, assicurando il normale svolgimento delle attività connesse ed impedendo il proliferare del mercato nero; - esecuzione di lavori di ripristino e miglioramento della stazione elettrica di Nassiriya per consentire l'adeguata erogazione di energia; - redazione di un piano per la salvaguardia dei siti archeologici dell’area di responsabilità; - redazioni di piani sanitari in supporto alle strutture ospedaliere locali (fornitura di medicinali, attrezzature sanitarie, potabilizzatori, ecc.); - assistenza sanitaria specialistica alla popolazione e medicina preventiva presso le scuole dell'area di responsabilità; - assicurazione del corretto pagamento delle pensioni agli ex dipendenti pubblici ed agli ex militari; - supporto all'operato delle organizzazioni governative e non in termini logistici e di sicurezza; - attività di supporto alla Cooperazione del Ministero degli Esteri per la realizzazione di un “progetto multisettoriale nella provincia di Dhi Qar”, riguardante i settori sanitario, agricolo, e dell'istruzione; - distribuzione di aiuti umanitari provenienti da vari “donors” nazionali con relativo trasporto strategico e tattico.

Gli inizi.....

L'impegno nelle missioni di pace nel mondo è ormai da molti anni parte della politica estera italiana. Ebbe inizio negli anni’60 con la partecipazione a numerose missioni ONU, nel corso delle quali l’Italia pagò anche un alto tributo in termini di vite umane, in particolare nel 1963 in Congo . Negli anni’80, con la missione in Libano, il coinvolgimento dell’Italia sulla scena internazionale aumentò, per poi rafforzarsi nel corso degli anni‘90 con la partecipazione a molteplici missioni multinazionali autorizzate dalle Nazioni Unite. Uno dei principali teatri d’ intervento sono stati i Balcani, regione alla cui stabilizzazione e sviluppo l’ Italia è particolarmente interessata per ragioni geopolitiche. Forte è stata anche la partecipazione alle missioni a fini umanitari soprattutto nel continente africano (Somalia e Mozambico), dove è stato anche necessario evacuare cittadini italiani in pericolo. La volontà italiana di aiutare popolazioni disagiate in tutto il mondo, come in Iraq (Kurdistan) o nel Timor Orientale, è sempre stata costante, ma più di recente l’Italia ha anche effettuato diversi interventi contro il terrorismo internazionale, come in Afghanistan. Nel corso degli anni l’ Italia è andata assumendosi sempre maggiori responsabilità per il mantenimento della pace nel mondo. E il contributo italiano si è sempre ispirato a spirito di solidarietà, ad un impegno per la ricostruzione e al consolidamento della pace. Tutto questo è stato riconosciuto al nostro Paese a livello internazionale

Italia e Peacekeeping

Circa novemila italiani, tra uomini e donne, ogni giorno lavorano al di fuori dei confini nazionali per fornire un contributo importante alla ricostruzione, alla stabilità, al mantenimento della pace. Dall’Africa, ai Balcani, dal Medio Oriente, all’Asia nel segno di un impegno militare, politico e finanziario di assoluto rilievo, le unità italiane di peacekeeping sono attualmente impegnate in diverse operazioni di pace condotte o autorizzate dalle Nazioni Unite in tutte le principali aree di crisi nel mondo. L’Italia, coerente con la sua tradizione di solidarietà e con la sua vocazione al dialogo con i Paesi del sud del mondo, svolge da sempre in questo ambito un ruolo di rilievo. Tale ruolo è testimoniato in primo luogo dall’impiego di uomini: il nostro Paese si colloca, infatti, ai primissimi posti tra i Paesi che contribuiscono con l’invio di truppe alle missioni di pace. Ma il ruolo italiano è rilevante anche in termini di impieghi di mezzi economici. L’Italia è, infatti, il sesto contributore al bilancio del peacekeeping Onu